lunedì 17 maggio 2010

Dell'Aurora tu sorgi più bella, canto mariano, concerto in S.Maria dell'Aiuto a Catania

Un bel concerto di canti mariani si è tenuto nel santuario di S.Maria dell'Aiuto in Catania, retto da Mons.Smedila, il 15 maggio 2010; diresse la cappella musicale del Duomo etneo, il Maestro Mons.Nunzio Schiliro, all'organo il can.Maieli. Qui il video del celebre canto Dell'Aurora tu sorgi più bella, adattamento del Maestro Schilirò per coro polifonico (video dell'autore di questo blog).
video

martedì 11 maggio 2010

Andrea Costa, socialista del cuore

Cento anni fa moriva in Imola

Andrea Costa, socialista del cuore

La opportuna commemorazione del Presidente Napolitano suggerisce il ricordo di un uomo che dedicò la vita alla causa del proletariato – Dall’anarchismo al socialismo legalitario -

La commemorazione, che qualche settimana or sono, il Presidente della Repubblica ha svolto ad Imola onorando la memoria di Andrea Costa, ivi nato e morto, di cui ricorre quest’anno il centenario della dipartita, è a nostro parere significativa al fine di rammentare, in epoca di opacismi e tristi nebule fanatiche, l’opera di un uomo che dell’entusiasmo vivo, della passione profonda per l’idea internazionalistica e profondamente umanitaria, inveratasi nel XIX, il secolo dei grandi sogni e delle concrete speranze, nella nascita del socialismo in Italia e nel mondo, ha fatto missione laica santa e pura, come Luce sgorgante dal più profondo mistero dell’Uomo. L’umanamento dei più umili infatti, il perfezionamento della classe operaja, movendo da radici di piccola borghesia che vedevano l’ambito familiare ove Costa nasceva, nella Imola pontificia del novembre 1851, furono costanti nella vita politica ed umana di questo grande italiano, con giusto merito –anche se forse con poca ampiezza- rammentato ultimamente. Egli dovrebbe essere d’esempio per le giovani generazioni affrancate così dallo spiritualismo delle religioni, come dal fanatismo estremista del razionalismo materialista: poiché Andrea Costa, il fondatore in Italia del ‘socialismo del cuore’, come lo si può definire, fu un uomo estremamente coerente, sino all’ultimo respiro, còlle idee sue (celebre la povertà di mezzi che lo accompagnò costantemente, come la penuria di denaro, per cui al rifacimento di un vestito doveva stare in casa, perché non ne aveva altro). Non a caso il Presidente Napolitano, proveniente da tradizione politica di sinistra, ha potuto seppur in tono minore (dovuto alla campagna elettorale) commemorarlo, ed i giornali hanno rammentato le parole del Pascoli, suo correligionario e sodale nelle prime battaglie dell’internazionalismo italiano, come colui che contribuì in modo determinante a migliorare le sorti delle plebi oppresse.
Partecipava Andrea Costa, ventenne e poco più, alle agitazioni internazionaliste di Michele Bakunin, figura splendida ed affascinante di nobile russo rivoluzionario ed anarchico, il quale con molta poesia –e poco senso pratico- dalla Svizzera tirava le fila della società segreta dell’anarchismo, unitamente a Cafiero, ad Errico Malatesta, a Severino Ferrari, Abdon Negri ed altri, sino alla fallita, e romanticamente sognata, insurrezione di Bologna e delle altre città del nord del 1874: Riccardo Bacchelli, scrittore scintillante del Novecento, scrisse su codesto tema un romanzo che affonda nella realtà, "Il diavolo al Pontelungo". Fu allora nell’esilio in Isvizzera e poi nel carcere in Parigi –il carcere, questa costante dolorosissima nella vita del Costa, il quale lo fiaccò tanto nel fisico e nella comunque forte tempra, da non fargli compiere il sessantesimo anno di vita- che egli maturava quella che venne poscia chiamata svolta dall’internazionalismo anarchico al socialismo legalitario, con la celebre lettera ai compagni di Romagna, regione nativa che rappresentò per lui il costante rifugio dalle fatiche, dai disinganni, dalle fughe. E però il principio era già tracciato nella difesa che egli di sé volle esprimere, al processo di Bologna del 1876: "Noi vogliamo l’umanamento dell’uomo. Donde si deduce che non è già l’emancipazione della classe operaia solamente quella per cui noi ci adoperiamo, ma la emancipazione intera del genere umano: perché se le classi operaie debbono emanciparsi dalla miseria, le classi privilegiate debbono emanciparsi da miserie mille volte ben più gravi di quelle del proletariato, da profonde miserie morali". Era chiaro che un eloquio così caldo, un sentimento fervido d’amore pel genere umano che egli vedeva sofferente di contro a coloro i quali prendevano , anche se erano stati da lui seguiti, altre vie (Carducci suo professore a Bologna, si era ‘legalizzato’ e riceverà l’elogio dei Reali, Garibaldi gli scriveva di non approvare l’anarchismo…), si esprimeva nella citata lettera: "…per ora la cosa più importante da fare è quella di ricostituire il partito socialista rivoluzionario italiano, che continuerà l’opera cominciata dall’Internazionale…". Premessa codesta per l’elezione sua, nel collegio di Ravenna nella campagna del 1882, a deputato al Parlamento, primo socialista entrante a Montecitorio. Con l’afflato di fraternità egualitaria che ogni popolo riconosce quale avente i medesimi diritti, Andrea Costa non poteva che immettersi nell’alveo sociale della Massoneria (alla quale fu iniziato a Roma nel 1883, secondo alcune fonti: a Napoli da Giovanni Bovio, filosofo e grande esponente del socialismo meridionalista, secondo altri), società iniziatica che proprio in quei decenni era fortemente indirizzata verso il progresso civile d’Italia, ed in certo senso ne guidava le sòrti e ne indirizzava il perseguimento degli ideali che furono la bussola del Risorgimento: del resto massoni furono, come è noto, tra i tantissimi, il Pascoli e Carducci, fra i socialisti il Ferrari, i due Labriola, Bissolati, nonché Bakunin, Malatesta e Amilcare Cipriani. Nell’alveo latomistico egli immise la frequentazione degli operai e dei piccoli borghesi, rinnovando quindi una classe, quella degli iniziati alle Logge, in tutto il territorio nazionale prima caratterizzata da forte corporativismo in senso patrimoniale.
Appassionante la storia d’amore, di un sentimento limpido e romantico, che legò Andrea Costa ad una di quelle rare donne che uniscono la classe –era di nobile schiatta-, l’intelligenza e la sensibilità, ovvero Anna Kuliscioff, bionda e dagli occhi glauchi, conosciuta in Isvizzera. Dopo i primi anni di travolgente fiamma, coronati dalla nascita della figlia Andreina in Imola –erano entrambi pel libero amore, neppure li sfiorò l’idea degli sponsali- pure i rapporti si raffreddarono: e se Anna ne soffrì estremamente, paragonandolo (in una delle tante e dolci lettere, custodite nel fondo Costa della Biblioteca di Imola) al personaggio di Numa Rumestan, il romanzo di Daudet, detto "joie de rue, douleur de maison", l’amore si trasformava poco a poco in sentimento di affettuosa, vicina e costante amicizia, pur nelle diverse scelte (ella stabilitasi a Milano colla figlia -che poi farà scelte ‘borghesi’, sposandosi in chiesa con un giovine di tradizione conservatrice- diverrà la compagna del giovane e promettente avvocato Filippo Turati, amico e sempre sodale del Costa). Filiale rapporto che proseguirà epistolarmente sino alla fine della vita di Andrea Costa: il quale, dopo la fondazione del partito socialista, di cui era da tutti considerato l’anima spirituale ma non la guida, poiché diviso era il socialismo, in particolare sin dall’alba del XX secolo, in quelle correnti che glielo facevano intender come asfittico rispetto all’alveo romantico e rivoluzionario da egli vissuto ed alimentato, ne rimase in certo senso il ‘padre nobile’, presiedendone i congressi, ma con poca o niuna voce decisiva: pure Turati, Bissolati ed i sindacalisti si appellavano a lui, continuamente rieletto deputato, per armonizzare le varie tendenze. Ma Andrea Costa, che all’alba del 1 gennaio 1901 aveva dettato la lapide in Imola pel nuovo secolo, in cui è scritto "gettate fiori a piene mani, lavoratori pensatori uomini: se il secolo che muore vide la unità e la indipendenza delle patrie, il secolo che nasce ne vedrà la federazione… se la donna soggiacque ancora nell’obbrobrio secolare… provvedi o nuovo secolo alla redenzione della donna … diamo a tutti i figli degli uomini lavoro libertà giustizia pace", eternando nel marmo quegli ideali di alta italianità che la concezione socialista dell’universo, unita all’umanitarismo di matrice massonica, apparivano fuse nella sua persona in unica fiamma, era stanco. Eletto Vice Presidente della Camera dei Deputati in sul finire del 1908, onore grande che le nuove tendenze di governo avevano potuto render possibile, anche per l’inclinazione del nuovo Re Vittorio Emanuele III verso quella "monarchia socialista" di cui allora si vagheggiava, nonché pel voto favorevole della sinistra ai ministeri Zanardelli e Giolitti, sapeva che in tutta Italia, dalla Sicilia di Rapisardi al Piemonte di De Amicis ("…esso non ha senso, l’amor di patria, se non significa amore delle creature umane, e questo amore non sente, e quindi non ama la patria, chi non soffre e non s’indigna di vederla formata da due popoli e quasi da due razze diverse, di cui l’una si coltiva, s’ingentilisce, signoreggia, mentre l’altra, che lavora per essa, vive nella povertà e nell’ignoranza, amareggiata dallo spettacolo della ricchezza e dell’ingiustizia e offesa nell’animo dal disprezzo che si sente pesare sul capo…": in "Primo maggio", p.II,1) correva un sentimento nuovo e denso di rivendicazioni sociali, che il nuovo secolo avrebbe reso possibile attuare: dolevagli nondimeno di aver esaurito il proprio compito in un ruolo che si era definito di pura rappresentatività. Ed affaticato da tal male, più che dalle conseguenze degli strapazzi precedenti, con l’ultima lettera di Anna Kuliscioff ("Credimi, caro Andrea, che il mio pensiero d’affetto e di tenerezza t’accompagna sempre…") fra le mani, pur sposato da pochi anni con una modista, moriva in Imola il 19 gennaio del 1910. Cinque anni prima alla Camera, nel richiedere condizioni più umane per la disoccupazione dei braccianti del suo collegio, aveva chiesto al governo: "un po’ d’umanità non fa male… e siamo, oh, siamo buoni!". L’assemblea commossa da tanto pathos, aveva aderito alla richiesta del deputato socialista. L’augurio è che oggi, in tempi crudeli, si torni a quella politica ed a quegli uomini, che magari apparivano feroci ad alcuni e languidi ad altri: ma che furono, come opportunamente titolava il celebre libro che con il "Pinocchio" collodiano fu il manifesto della nuova Italia (notasi che sia nell’uno che nell’altro non compaiono i preti: saranno riabilitati dopo la Rerum Novarum e, vieppiù, da uomini probi, pochissimi, che per l’idea daranno la vita: come Aldo Moro), persone di cuore. Quel cuore ora apparentemente seppellito, ma che attende solo una vanga, un martello ed un regolo per continuare a battere, nella fratellanza di quei tre colori in cui tutti, bene o male, continuiamo a riconoscerci.


Barone di Sealand (Francesco Giordano)

Pubblicato su Sicilia Sera n° 328 del 9 maggio 2010